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Riassunto
A gennaio milioni di persone dichiarano di voler cambiare qualcosa della propria vita. A febbraio, una parte consistente di quei propositi è già stata accantonata.
Non è un’impressione personale: è un fenomeno studiato da anni dalla psicologia.
Le ricerche sui New Year’s resolutions mostrano che la difficoltà non sta nel decidere di cambiare, ma nel trasformare un’intenzione in un comportamento stabile nel tempo. Ed è proprio qui che molti propositi iniziano a crollare.
Riguardo al tema sono state condotte diverse ricerche dall’Università di Scranton, che evidenziano come solo una minoranza delle persone riesca a mantenere i buoni propositi nel medio-lungo periodo, mentre una quota rilevante li abbandona già nelle prime settimane o mesi dell’anno.
Approfondimento divulgativo nel sito ufficiale dell’università.
La domanda giusta, quindi, non è “perché le persone mollano”, ma quali meccanismi rendono il cambiamento così fragile all’inizio dell’anno.
Perché il cambiamento si blocca così presto
Uno dei motivi principali per cui facciamo fatica a mantenere i nostri obiettivi nel tempo è che sottovalutiamo profondamente il processo di formazione delle abitudini.
Una ricerca condotta presso l’University College London, pubblicata sull’European Journal of Social Psychology, ha mostrato che trasformare un comportamento in un’abitudine automatica richiede in media circa 66 giorni, con ampie differenze individuali. Questo significa che nelle prime settimane l’azione richiede ancora uno sforzo cosciente, attenzione e intenzionalità: non è “naturale”, non è spontanea, non è ancora parte della routine.
Quando a febbraio ci sembra di doverci “forzare” per continuare, spesso interpretiamo questa fatica come un segnale che qualcosa non sta funzionando. In realtà è una fase naturale del cambiamento. L’automaticità cresce gradualmente: all’inizio i progressi sono rapidi, poi il processo rallenta e richiede continuità, non entusiasmo.
Lo studio mostra anche che la costanza è più importante della perfezione: saltare occasionalmente un giorno non compromette il risultato, mentre interrompere spesso la ripetizione sì. Inoltre, ripetere l’azione sempre nello stesso contesto (stesso momento della giornata, stesso “trigger”) facilita enormemente il lavoro del cervello, che impara ad associare automaticamente lo stimolo al comportamento.
In sintesi, molti obiettivi non vengono mantenuti non perché manchi l’entusiasmo, ma perché ci aspettiamo risultati troppo rapidi da un processo che, per sua natura, è graduale. Senza una struttura chiara e senza accettare che servano settimane o mesi, il cambiamento viene abbandonato proprio quando sta iniziando a consolidarsi.
Qui trovi lo studio originale.
La motivazione é un fattore determinante?
Ora veniamo a un punto fondamentale quando si tratta di obiettivi: la motivazione. Spesso questo termine viene interpretato nel modo sbagliato, perché la motivazione, in realtà, altro non é che il motivo che ti spinge a fare una determinata azione. Quello che succede la maggior parte delle volte é che le persone non si chiedono il motivo per cui hanno deciso di porsi quel determinato obiettivo. Lasciano il loro “perché” nelle mani del caso. E per comprendere ancora di più che la motivazione é un fattore determinante quando decidiamo degli obiettivi analizziamo la Self-Determination Theory.
Questa teoria sviluppata dagli psicologi Edward Deci e Richard Ryan e validata da decenni di studi universitari, mostra che le persone mantengono un cambiamento quando sentono che quella scelta è autenticamente loro. Non quando “dovrebbero farlo”, non quando lo fanno per dimostrare qualcosa, ma quando l’obiettivo è allineato ai propri valori e a ciò che dà senso alle proprie azioni.
Secondo questa teoria, la motivazione diventa solida quando vengono soddisfatti tre bisogni psicologici fondamentali: sentirsi liberi di scegliere (autonomia), sentirsi capaci di farcela (competenza) e sentirsi sostenuti nel percorso (relazione).
Qui trovi la fonta scientifica di riferimento.
Questo aiuta a capire perché molti buoni propositi di inizio anno perdono forza così in fretta. Quando un obiettivo nasce soprattutto dal confronto con gli altri, dalle aspettative sociali o dal “clima” del nuovo anno, l’energia iniziale può essere alta, ma non è stabile. Appena l’entusiasmo esterno cala (meno approvazione, meno novità, meno spinte) anche la motivazione si affievolisce. Non perché la persona non sia costante, ma perché la spinta non è davvero interna.
Il confronto al giorno d’oggi è continuo e spesso invisibile. Capire quanto le proprie scelte siano guidate dal paragone, più che da un reale allineamento personale, è un passaggio chiave per costruire obiettivi che durino. Se vuoi approfondire questo aspetto, 107 e Lode ha dedicato un articolo specifico proprio al tema del confronto.
La strategia più efficace per non buttare via l’anno
Quando un obiettivo è davvero sentito, quando hai lavorato sul perché profondo e sai che lo desideri con tutto te stesso, ma nonostante questo i risultati non arrivano, il problema raramente è la motivazione.
Molto più spesso è che hai chiarezza rispetto ai tuoi obiettivi annuali, ma li vedi lontani.
La maggior parte delle volte succede questo: hai una visione ampia, magari anche molto potente, sai dove vorresti arrivare… ma quella visione è così grande da rendere difficile vedere da dove partire oggi. L’energia c’è, ma viene dispersa perché manca un punto di messa a fuoco chiaro. È come voler attraversare una montagna guardandola dall’alto, senza individuare il primo sentiero da imboccare.
Qui entra in gioco una strategia di coaching tanto semplice quanto efficace: ridurre il campo e accorciare l’orizzonte temporale.
In pratica significa fare tre scelte molto precise:
Scegliere un solo obiettivo per ogni specifica area della propria vita (es: Salute, Lavoro, Relazioni…), invece di provare a cambiare tutto insieme.
Dargli una scadenza intermedia, chiara e realistica (per esempio giugno, non fine anno).
Tradurre l’obiettivo in azioni concrete e misurabili, su cui poter verificare i progressi nel breve periodo.
Questo cambio di prospettiva ha un impatto diretto anche sul piano mentale. Una scadenza più vicina aumenta la sensazione di controllo, riduce la procrastinazione e mantiene l’attenzione attiva. Non perché metta pressione, ma perché rende il percorso presente, affrontabile e reale. Non si tratta di ridimensionare i propri sogni, ma di creare una struttura che permetta di sostenerli nel tempo.
Esempio pratico:
Immagina una persona che a gennaio si pone come obiettivo: “Voglio migliorare la mia forma fisica quest’anno.”
L’obiettivo è giusto, ma è ampio, generico e lontano nel tempo.
Applicando questa strategia, l’obiettivo viene riformulato così:
“Entro giugno voglio allenarmi con costanza tre volte a settimana.”
Il focus si sposta immediatamente:
non più su tutta la forma fisica,
non più su tutto l’anno,
ma su un comportamento chiaro, in un periodo definito.
In questo modo l’energia non viene dispersa, ma incanalata. L’obiettivo smette di essere un peso mentale e diventa un percorso concreto.
Ed è spesso proprio in questo passaggio che le persone iniziano, finalmente, a vedere risultati reali.
Strumento 2: 5 minuti dedicati alla gratitudine
Il fallimento dei buoni propositi entro febbraio non è un’anomalia, ma un evento possibile con ciò che sappiamo sul comportamento umano, sulla motivazione e sulla formazione delle abitudini.
Capire perché succede permette di smettere di vivere gli obiettivi come promesse mancate e iniziare a usarli come strumenti di consapevolezza e direzione.
Il vero cambio di passo non avviene a gennaio.
Avviene quando impari a lavorare sugli obiettivi in modo realistico, allineato e strutturato.





























